Perché le specie selvatiche sono in pericolo di estinzione e come aiutarle

Gli animali selvatici hanno popolato per milioni di anni un ambiente naturale molto diverso dal nostro. Immense foreste, praterie e corsi d’acqua liberi di scorrere, non avevano ancora conosciuto le più recenti opere di imbrigliamento tramite dighe o la deforestazione.

Tuttavia, la crescita demografica dell’età moderna e contemporanea ha imposto nuovi piani di sfruttamento territoriale per insediare industrie, aumentare i terreni coltivabili o adibiti a pascolo, alimentando in modo esponenziale la domanda di produzione energetica.

Le aree a disposizione della fauna selvatica si sono drasticamente ridimensionate e gli animali affrontano nuove sfide di adattamento, in  habitat naturali sempre più ristretti, che li mettono a contatto ravvicinato con i centri abitati, creando convivenze forzate e potenzialmente pericolose con gli esseri umani.

Se vuoi salvare gli animali non basta adottare un animale domestico, dobbiamo fare molto di più.

Le cause principali del rischio estinzione

Le cause principali che espongono le specie selvatiche a rischio di estinzione sono legate alla perdita, o riduzione, dell’habitat e allo sviluppo di agricoltura, commercio ed edilizia, con conseguente deforestazione, a partire dalle zone tropicali.

Così come ampiamente descritto nell’articolo di approfondimento dell’associazione Keep the Planet, una delle cause principali sono dovute al problema dell’alimentazione che difficilmente è pienamente sostenibile.

Ci sono poi attività umane molto nocive per la fauna che andrebbero contrastate con più efficacia. Spiccano fra queste il bracconaggio, il commercio illegale, che danneggia gli ecosistemi, e l’introduzione di specie “aliene” che eliminano quelle autoctone, diventando predominanti.

Altri argomenti legati a questo problema sono i cambiamenti climatici, l’inquinamento e l’eccessivo sfruttamento delle risorse che coinvolge in modo evidente i Paesi in via di sviluppo.

Le specie esotiche in via di estinzione

L’unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) opera dal 1964 nella raccolta dati sugli animali in via di estinzione e, attualmente, risulterebbero a rischio 21% delle specie di uccelli, 27% dei mammiferi e 36% degli anfibi.

Alcuni mammiferi sono sotto osservazione come l’Orso polare, di cui esistono ancora 22.000 esemplari, perché parti della calotta si stanno sciogliendo, causando potenziali danni anche agli animali di cui abitualmente si nutre.

Sorte peggiore per il rinoceronte di Giava, ridotto ad appena 60 esemplari e la tigre, presente in Asia con circa 4.000 unità. Entrambi sono vittime dei bracconieri per il corno del primo e pelle, occhi e ossa della seconda. Sul mercato nero, un corno vale fino a 30mila dollari ed è molto richiesto dalla medicina tradizionale cinese, mentre la pelle del felino si vende fino a 50mila.

Gli ultimi 800 gorilla di montagna, al confine tra Uganda, Ruanda e Repubblica Democratica del Congo, non se la cavano meglio e soffrono per la caccia e la deforestazione, al pari del leopardo asiatico dell’Amur, ridotto a meno di 50 esemplari, e considerato il felino più raro del mondo.

La situazione in Italia

Le specie in via di estinzione sono presenti anche in Italia e nel Mediterraneo, a partire dalla tartaruga marina, un facile bersaglio delle reti da pesca che ne uccidono oltre 40.000 l’anno. Inoltre, questo rettile scambia la plastica sparsa in mare per cibo con conseguenze letali.

In Italia alcune specie sopravvivono solo grazie alle aree protette, come il Parco Nazionale d’Abruzzo, che ospita gli ultimi cinquanta esemplari di orso marsicano. Caso a parte è lo stambecco che, pur essendo ridotto a 53 colonie su tutto l’arco alpino, è stato strappato all’estinzione negli ultimi decenni con un intenso lavoro per preservarlo.

Ripopolamento e cattura

L’attività di ripopolamento delle specie in via di estinzione è considerato un antidoto efficace alla loro scomparsa. Le zone prescelte come oasi protette servono a far riprodurre la fauna selvatica allo stato naturale, prestando molta attenzione all’ambientamento degli animali.

Questa strategia prevede anche la cattura e lo spostamento, da un punto all’altro del territorio, per aiutare le specie ad ambientarsi ed evitare che troppi esemplari si concentrino in territori ristretti, rischiando la sopravvivenza. In alcuni casi, è consentita la caccia della selvaggina nelle zone circostanti all’area di riproduzione, per evitare il sovrappopolamento.

La legge in materia prevede l’applicazione di alcune linee guida per invertire la tendenza all’estinzione della fauna selvatica, dopo una valutazione generale sul territorio più adatto per ospitarla:

Aiutare le specie a riprodursi in ambienti adatti, tenendo conto dell’eventuale presenza in zona di produzioni agricole che gli animali potrebbero danneggiare

Privilegiare la diffusione naturale all’introduzione di selvaggina allevata in cattività

Favorire la presenza di specie locali, controllate a livello genetico e sanitario, senza importare fauna selvatica dall’estero

Controllare il territorio per proteggere la selvaggina dai predatori

Contrastare l’uso di sostanze chimiche tossiche sulle coltivazioni nelle vicinanze delle aree stabilite per l’accoglienza della fauna selvatica

Evitare d’inserire specie selvatiche in ecosistemi animali e botanici troppo fragili per sopportare quest’operazione.

Il rischio di estinzione provocato dalle specie aliene

A fianco delle iniziative di ripopolamento faunistico, si assiste a una situazione che sembra sfuggita di mano, a causa di errori umani e cambiamenti del clima, favorendo l’invasione di specie aliene invasive e potenziali responsabili dell’estinzione di quelle autoctone.

Il Mar Mediterraneo registra una presenza di almeno mille specie invasive che possono danneggiare o distruggere la nostra flora e fauna marina, ma anche l’uomo commette sbagli gravi, introducendo nuove specie aliene per interesse economico, senza preoccuparsi delle conseguenze.

Un tipico esempio è quello delle nutrie, dette anche “castorini” e introdotte negli anni 20 in Italia come animali da pelliccia. Sfuggite al controllo, probabilmente grazie ad esemplari scappati da allevamenti, si sono riprodotte velocemente con gravi risultati. Questi roditori scavano tane in argini di fossi e canali, provocando smottamenti e allagamenti disastrosi, distruggono molte coltivazioni e i nidi degli uccelli acquatici.

Altro idea pericolosa è stata l’importazione dall’Est Europa dei pesci siluro, perché si sono rivelati predatori in cima alla catena alimentare, distruggendo gran parte dei pesci d’acqua dolce autoctoni.

I cambiamenti nel clima attirano anche insetti infestanti come la vespa vellutina, di origine asiatica, che danneggia l’agricoltura, predando preziosi insetti impollinatori come api e bombi. Inoltre, le zanzare esotiche  potrebbero soppiantare presto quelle locali ed essere molto più pericolose come vettore di malattie.

Il problema delle specie aliene distruttive è talmente allarmante che l’Unione Europea chiede interventi per estirparle il più possibile e limitarne al massimo l’introduzione, ma la soluzione non sembra a portata di mano e molta fauna nostrana continua a subire l’aggressività di questi invasori.